"...a determinare il valore che un libro può avere per me, non ha alcun rilievo che sia famoso o di moda. I libri non ci sono perché per un certo tempo tutti li leggano e li dimentichino come una notizia di sport o di cronaca nera: i libri vogliono essere goduti e amati con calma e serenità..."

Hermann Hesse

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Appello ai naviganti!
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Questo angolo di bosco del web, è aperto alla collaborazione Seria e Costante con disegnatori, registi e quanti vogliono usare le mie storie come soggetti per la loro creatività. L'unione fa la forza, al momento non prometto denari - non ci sono neanche per il sottoscritto - ma tanta gloria!

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domenica 27 dicembre 2009

Nel segno dello... Zodiaco

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Tre settimane fa mentre mi accingevo a buttare... nell'apposito contenitore della carta il vecchio numero di telepiù scorgo quattro righe ristrette in una colonna gialla a margine della pagina, ma sufficienti a drizzare le mie antenne, così faccio una ricerca certosina nel web finché soddisfatto trovo a conferma questa notizia ufficiale:
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"Sergio Assisi protagonista di Zodiaco - Le origini del male"
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"Tonino Zangardi dirige per la Rai la fiction Zodiaco-Le origini del male. Si tratta di 4 puntate da 100 minuti ciascuna, che saranno girate a Praga per 14 settimane. La sceneggiatura, firmata da Mimmo Rafele e Silvia Napolitano, racconta la storia di una setta detta dei Divinanti seguaci di Nostradamus, protagonisti della storia sono Sergio Assisi, Magdalena Grochoswka, Antonia Liskova, Giorgia Salari e Andrea Bosca. La produzione è curata della Casanova Multimedia di Luca Barbareschi, Aureliano Lalli Persiani e Susanna Bolchi."
(fonte: Cinecittà News - 5/11/2009)


Non nascondo l'interessamento per questa seconda parte della serie che mi aveva piacevolmente colpito la scorsa stagione e che temevo fosse stata annunciata e poi sospesa per qualche sconosciuta ragione, "Zodiaco" è qualcosa di più unico che raro nella produzione televisiva odierna, l'unica "fiction" italiana (che brutto termine, meglio chiamarlo sceneggiato) incentrata sul mistero e sul soprannaturale.


Non mi esprimo sugli attori, però nel cast torna la Liskova, la bionda della prima serie (nella foto la "famiglia Santandrea" al completo) e la trama promette intrigo purché la sceneggiatura sia sviluppata in maniera convincente. Mentre sono dispiaciuto per la mancata conferma del regista Eros Puglielli - che al cinema aveva colpito nel segno col thriller "Occhi di cristallo" - la cui tecnica è superiore alla media e inoltre per lo spostamento della storia da Torino a Praga, da buon campanilista mi sarebbe piaciuto continuasse sotto la Mole, però lo posso capire: anche quest'ultima è magica - fa parte del cosiddetto "triangolo della magia bianca" con Torino e Lione - sarà per quello che l'hanno scelta?
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A garanzia c'è la stessa produzione del primo "Zodiaco", cioé la Casanova Multimedia - quella di "Nebbie e Delitti" tra l'altro - che cura i propri lavori rendendoli più "cinematografici" che "televisivi", una qualità e serietà non comune ai più.

Non resta che attendere di vederlo su RaiDue... e stavolta lo registro!



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PS. con l'occasione faccio i migliori Auguri a tutti gli affezionati visitatori di questo blog, grazie, e in particolare a chi lascia un commento, a tutti Voi un Sereno Natale!

venerdì 11 dicembre 2009

Voci notturne

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Non esagero a definirlo una delle migliori produzioni per la televisione degli ultimi venti anni. La sua prima replica a distanza di quattordici anni - merito di un illuminato responsabile Rai e delle richieste a lui pervenute da un forum di appassionati veri come quello della collana Fabbri "Giallo & Mistero" - è un piccolo grande evento per gli amanti degli sceneggiati e del cinema in generale.
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Parlo di "Voci notturne", film in cinque puntate andato in onda su Raiuno nel lontano (?) 1995, scritto e sceneggiato dal grande Pupi Avati, Maestro nel creare atmosfere di palpabile inquietudine e mistero, regista del famoso cult "La casa dalle finestre che ridono" (e non solo, sono da ricordare anche gli ottimi "gotici padani" Zeder, L'Arcano incantatore e Il nascondiglio), diretto da Fabrizio Laurenti - regista di qualche buon horror negli Anni Ottanta - e musicato con sapienza da Ugo Laurenti, vede nel cast nomi noti come Massimo Bonetti, Lorenzo Flaherty (che con barba somiglia molto a Kim Rossi Stuart!) Stefania Rocca, Cesare Barbetti e un giovane e allora sconosciuto Stefano Accorsi.
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La vicenda parte da un banale ritrovamento di un annegato nel Tevere, suicidio od omicidio, il cadavere è irriconoscibile; l'autopsia rivelerà particolari inquietanti risalenti a un'antica setta esoterica e a culti pagani legati alla costruzione e custodia di un ponte, intanto l'indagine si biforca e vola in America... è un mix perfetto, persino per un romanzo (altroché Dan Brown!), e non c'è una sola goccia di sangue o scena violenta: non solo perché è stato realizzato per la televisione e quindi soggetto a certe previe restrizioni, ma perché non serve, la storia è così concreta da farvi credere nei fantasmi.

Io ho avuto la fortuna di vederlo un anno fa, ne parlo ora, dopo leggende che volevano la pellicola sparita dagli archivi Rai, perché lunedì scorso su RaiDue, all'interno di "Rai Notte" è stata trasmessa la prima puntata e così sarà lunedì prossimo con la seconda... siete ancora in tempo per lasciarvi ammaliare dalle Voci notturne.
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Così ne scrisse Aldo Grasso sul Corriere durante la prima messa in onda:

venerdì 27 novembre 2009

La terra dei cachi mutanti

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Carissimi inquilini del Buio... e al buio visto i costi dell'energia, dopo un paio di disquisizioni sull'arte nel cinema e il cinema dell'arte nonché sul nuovo cinema noir italiano rappresentato da un cortometraggio, torno a parlare... dei fatti miei. Di quelli che tutti vorrebbero sapere ma non osano domandare. Vuoto il paniere.

Si perché in questo periodo mi do ai cachi.

Ne ho due cassette sul balcone, dentro una "serra" per i vasi di gerani in letargo, li tengo adagiati a regola d'arte nella carta dei quotidiani con un paio di mele gialle a maturare. Incredibile come una stagione che ci accompagna verso il bianco inverno sia carica di colori caldi, di frutti energetici, gli ultimi prima del "riposo", le scorte caloriche prima... del pranzo della vigilia di Natale!

Lasciando da parte l'angolo dell'ortolano "fai da te" col pollice verde-cachi, mi preme invece segnalare tra le mie visioni alternative un paio di mini serie televisive che sto seguendo, non senza fatica visto gli orari delle repliche di RaiSat Premium, canale digitale terrestre votato alle fiction soprattutto melense degli ultimi dieci anni, il primo è "Delitti Privati" in quattro puntate trasmesso nel '93, diretto da un grande regista della stagione d'oro del cinema di genere italiano, Sergio Martino, e in molte sequenze la mano si vede ancora, spicca un cast importante (non come quello delle odierne recuperato da scarti di reality e accompagnatrici) con protagonista nientemeno che la grande Edwige Fenech e Ray Lovelock, Lorenzo Flaherty (il capitano della serie "Ris", per intenderci) una giovanissima Vittoria Belvedere nei panni della figlia assassinata della Fenech, e ancora Annie Girardot, Paolo Malco, Athina Cenci.
Si tratta di un buon giallo, intreccio sufficientemente intricato che fa cadere i sospetti a raggiera come nella miglior tradizione, buona recitazione di tutti e un pizzico di suspense e atmosfere vecchia maniera. Nel contesto televisivo è una produzione meritevole da riconsiderare. Le due canzoni di apertura e chiusura sono cantate da Milva e ricordano quelle degli sceneggiati dei bei tempi andati, anche se una somiglia al motivetto di "Twin Peaks".

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L'altro, cominciato da poco nello spazio di RaiNotte il venerdì su RaiDue, è "La Ragnatela" (1991) diretto da un certo Alessandro Cane che girerà anche il seguito, protagonista è un fotografo di moda (Andrea Occhipinti) che per caso assiste, e fotografa, un attentato ai danni di un importante uomo d'affari. La sua presenza sul luogo è notata da un individuo (Robero Alpi) che lo ricatta per avere i negativi... non aggiungo altro perché aspetto di vedere il seguito, intanto faccio notare la grafica retrò dei titoli di testa con la "ragnatela" del titolo.

Vi lascio alla lettura dell'unica serie originale promossa da questo cantuccio del web, "Le ore piccole", e qui tocca a Voi esprimervi... ah, l'amico disegnatore Fabiano, che saluto, è momentaneamente all'estero quindi ripassate fra qualche giorno e vedrete il suo disegno originale per "Organo".

Alla prossima!

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ORGANO

«Da quanto tempo è qui?»
Il suo accompagnatore allarga le mani, incurvandosi nella barba.
Quaranta, forse cinquant'anni d'oblio. Non ci crede.
Ha le vertigini e non è per la modesta altezza della balconata su cui si trova. Fissa i tasti d'avorio incredulo.
È un rarissimo organo a canne del XVII secolo dell'ebanista Morganti, lo “Stradivari del clavicembalo”, scomunicato per eresia. I lunghi fumaioli lucenti sono accecanti.
«Devo andare, arrivederci». E lo lascia solo.
Solo con lui. Il migliore che ha visto dal giorno della specializzazione in restauro di strumenti antichi. Incredibile come fosse stato dimenticato in quella chiesetta di paese quasi sempre chiusa.
Passa le dita sulla tastiera. Granelli di polvere s'appiccicano ai polpastrelli.
S'accovaccia per esaminare i pedali e il mobile. L'incastro del pannello è perfetto, un sesamo d'altri tempi. Lo rimuove.
Colpiscono l'attenzione delle cannule flessibili, sacche di pelle e lacci di cuoio e una specie di arcaica pompa: un perfetto meccanismo idraulico capace di prelevare liquidi. Lo stantuffo sembra più recente. Pare umido all'interno.
Qualcosa lo turba. I tubicini sono decine, forse centinaia, si diramano come vene dal cuore verso l'anima dell'organo.
Invia l'ultimo sms: “Ciao, non aspettarmi stasera, torno tardi. Bacio.”

All'inaugurazione sono tutti nelle prime file sotto la balconata: sindaco, assessori, presidenti di chicchessia, esperti vari e presunti, la stampa e tanti curiosi. Tutti col naso insù. Tutti in attesa della prima nota dopo decenni, forse secoli d'oblio, del capolavoro restaurato. Il Maestro ungherese sale la chiocciola, sparisce e ricompare sullo scranno, da basso si vede appena la testa.
Attacca con Mozart. E lo stupore è tanto. Infinito. D'orrore quando dalle canne lucide sprizza una pioggia rossa, fiotti densi fioriscono sulla volta della chiesa e ricadono sulle facce urlanti dei presenti. Finalmente l'organo rivive.

FINE.
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lunedì 9 novembre 2009

"The Puzzle"

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E' un vero piacere ospitare per la terza volta su queste pagine l'opera filmica di un giovane e talentuoso regista italiano.
Infatti qualche giorno fa ricevo tra la posta una segnalazione dello stesso autore Davide Melini che mi invita a vedere il suo ultimo - sarebbe meglio dire penultimo visto che "La dolce mano della Rosa Bianca" è in post-produzione - cortometraggio intitolato "The Puzzle".


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E come me potete farlo anche Voi, anzi fatelo adesso, in quanto è liberamente fruibile da tutti:

http://www.youtube.com/watch?v=E2lXsNDxLyM




La storia: una donna - la brava ed espressiva spagnola Cachito Noguera, protagonista insieme all'unico altro attore Alessandro Fornari - sola in casa riceve una telefonata da cui nasce un alterco con quello che capiamo essere il figlio, per rilassarsi e ammazzare il tempo si trasferisce in salotto dove si dedica a un puzzle. L'immagine che ne risulterà è rivelatrice quanto sconvolgente.
La pellicola della durata di quasi cinque minuti scritta e diretta da Davide Melini è stata girata interamente in una notte in Spagna e in quattro lingue per migliorarne la distribuzione e le chance internazionali.



Prodotta da "73140323" stupisce per la solida sceneggiatura e la regia assolutamente capace di ogni movimento di macchina con una disinvoltura e precisione tale dall'incastro perfetto: ai primissimi piani si susseguono piani sequenza della migliore tradizione horror, dal dettaglio dell'incandescenza di un fornello all'unico esterno della casa, tutti supportati dall'eccezionale fotografia di Ezekiel Montes - anche produttore insieme allo stesso Melini - all'altezza di grossi nomi e budget a sei zeri che, pur notturna, eccelle per tanta nitidezza e fascino policromo, variando dal parziale bianco e nero al filtro rosa, dall'esterno buio all'altrettanto buio interno illuminato dalla luce della sola candela. E proprio quest'ultimo mi ha ricordato per un istante nel volto dell'attrice quello dell'episodio "La goccia" facente parte di quel capolavoro gotico che è "I tre volti della paura" del Maestro Mario Bava. Mentre nella soluzione, nel meccanismo della predestinazione ho avvertito un vago deja-vu di un certo cinema horror orientale del decennio scorso, il migliore a parere personale.

Il ritmo è incalzante, esponenziale nella seconda metà sostenuto dall'ottimo montaggio che ben descrive la tensione e la nevrosi della donna man mano che il gioco, e il puzzle, si completa e i ricordi affiorano, sostenuto dalle musiche originali del duo "Visioni Gotiche" d'atmosfera e mai soverchianti l'immagine.

Se non bastasse, a conferma di quanto dico "The Puzzle" è arrivato in finale in ben tredici festival internazionali, più un terzo posto al "Rome International Film Festival", per conoscere maggiori dettagli e seguire l'andamento della produzione della nuova pellicola: http://www.davidemelini.com/

lunedì 2 novembre 2009

"Quel lì l'è matt!"

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Così l'apostrofavano gli abitanti del tranquillo paesino di Gualtieri dov'era giunto dalla Svizzera, oppure il "tedesch" per via del suo accento. Lui d'altronde con i suoi modi bruschi e le sue manie non favoriva di certo l'integrazione: guai a toccargli il naso, a starnutire o tossire in sua presenza, erano scenate.
Sto parlando della travagliata esistenza di uno dei più noti e strani pittori naif italiani di sempre, Antonio Ligabue (1899-1965, all'anagrafe Laccabue, che mutò per contrasti col padre) trasposta e messa in onda nel 1977 in un toccante e affascinante sceneggiato di tre puntante (circa sessanta minuti ciascuna) per la regia di Salvatore Nocita basata sulla solida sceneggiatura di Cesare Zavattini dall'omonimo libro sull'artista (per Bompiani).


Io naturalmente non c'ero all'epoca della prima televisiva ma ho avuto occasione di vederlo trasmesso nello spazio "Rewind" sul canale digitale Rai Storia, che ripropone alle due - di pomeriggio e in replica di notte - alcuni sceneggiati del passato e recenti in prevalenza di carattere storico e biografico.
Questo è davvero affascinante, in primis per la straordinaria interpretazione di Flavio Bucci che nei panni di Ligabue ha lo stesso sguardo ipnotico e inquietante presente nei suoi numerosi autoritratti, nonché la somiglianza fisica e la mimica nell'impersonare l'artista mentre dipin
ge imitando il verso degli animali, le espressioni e persino le movenze di un'aquila e di una tigre, per lui infatti era molto più facile e naturale il rapporto con le bestie e la natura - vivrà per anni in una capanna in riva al Po con cani e conigli - che con la società, che valse all'attore allora trentenne il premio come miglior protagonista al " Festival des Films du Monde " di Montreal.
Non vanno dimenticati gli altri interpreti del cast, tutti bravi e versatili attori del nostro cinema: Andrea Ferréol, Giuseppe Pambieri, Pamela Villoresi, Alessandro Haber e Renzo Palmer.


Attraverso l'esistenza del pittore, tra ricoveri e uscite dal manicomio, si rivive anche la storia d'Italia, nelle chiacchierate notizie giunte alla bottega del barbiere o alla radio: l'avvento del fascismo, l'entrata in guerra, l'occupazione tedesca e la Liberazione, fatti che vedono il nostro vendere le sue "bestie" dipinte per qualche minestra, regalarli per una vecchia motocicletta Guzzi con cui piomba rombando tra la gente, fino alla sua prima mostra personale, il riconoscimento della critica nazionale e il benessere: una macchina con autista che doveva sempre aprirgli la porta e un cappotto nuovo, nient'altro.

Conoscevo l'opera di Antonio, detto Toni, Ligabue per aver visto spesso i suoi variopinti quadri celebrati su riviste, speciali televisivi, ma nulla sapevo della vita dell'uomo e questo sceneggiato assolutamente attuale nei modi e nella recitazione (tra l'altro, è a colori) l'ha reso ancora più straordinario, comprensibile, spiazzante ma soprattutto fragilmente umano.

Per la parte "extra-blog", Vi consiglio caldamente questo filmato con la misteriosa sigla composta dal Maestro Armando Trovaioli e l'arrivo del giovane Ligabue in treno a Gualtieri:

Mentre in questo articolo della "Gazzetta di Reggio" che ho scoperto casualmente cercando le immagini delle opere, è riportata una curiosità sugli ultimi giorni di vita del vero Ligabue:
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( ...piaciuto l'argomento artistico?:-) ...dite le Vostra!!

martedì 20 ottobre 2009

Cinefilo... e a buon mercato

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Chi mi conosce e segue queste pagine sa che mi piacciono... le cose vecchie.

Quelle che oggi, per farsi belli e per il solito inglesismo abusato, chiamano "vintage".
Non tutto certo, ai miei primi posti ci sono libri, dvd/vhs e dischi. Forse nel mio caso è più giusto parlare semplicemente di mercato dell'usato, di fare buoni affari spendendo pochi spiccioli e recuperando antologie fuori catalogo da anni e film introvabili nei moderni mega-store. Ma questo lo si può solo fare nei mercatini delle pulci, nelle fiere specializzate del "libro ritrovato", in negozi del centro che fanno compravendita dell'usato: per il sottoscritto è sempre un piacere spulciare fra scaffali e scatoloni all'aperto, tra i titoli più assurdi, dimenticati e classici, che ti lasciano quella fuliggine untuosa sui polpastrelli... alla ricerca del tesoro dimenticato.

Mai pensavo di trovare qualcosa del genere nel negozio di tv e noleggio films del mio paese.

Ci vado per comprare un cavetto antenna e mentre aspetto il mio turno noto un cesto metallico rivestito di rosso, dentro quelle che sembrano vhs avvolte nella sola cover chiuse nel nylon, senza custodia. Le guardo e ho già capito tutto: sono le ex noleggio! Chiedo quanto costano: un euro ciascuna. Fantastico. Ero già contento come un bambino di tre anni. E ancor di più quando scopro che non sono i soliti titoli stra-pubblicati che trovo al centro commerciale o in edicola ma quei piccoli grandi film italiani e stranieri di genere: horror, polizieschi, noir, spesso introvabili.
Non sono molti i titoli - per ora, mi ha detto che ne aggiungerà altri - forse una quarantina, ma la scelta è difficile. Opto per tre cassette. Tre euro, tre films. Al cinema manco i popcorn per due!

I primi due visti: "La bestia di sangue" vorrebbe essere un horror, con un mad-doctor su un'isola che fa i soliti esperimenti sugli indigeni... mi sono molto annoiato e basta, da evitare il dvd appena uscito; il secondo invece è omonimo del famoso "Gli intoccabili" valso un Oscar a Sean Connery, ma è italiano, girato da un certo Giuliano Montaldo e vanta un grande cast: John Cassavetes, Britt Ekland, Peter Falk (proprio lui, il mitico "tenente Colombo"!), Gabriele Ferzetti, Gena Rowlands, Florinda Bolkan, ottime location USA non scontate e una splendida colonna sonora del Maestro Morricone per un gangster movie di tutto rispetto. Una piacevole sorpresa.

Vi chiederete la qualità audio/video delle ex noleggio? La prima è usurata, ma poco importa visto il film; la seconda è più che buona, ottima considerando l'età della pellicola.

Il lunedì seguente sono tornato in negozio... ma questa è un'altra storia. Preferisco lasciarvi a quella nuova delle ore piccole illustrata per Voi dal sempre bravo Fabiano ispirato dal mio incubo... buona lettura!

Commentate e dite la vostra, è importante.


IL COVONE

Non era mai successo prima.
In trent'anni di vita nei campi Bastiano non aveva mai visto nascere un vitello con due teste.
Che fosse successo ad altri si raccontava dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo all'unico bar del paese, ma quell'odore pestilenziale di feci calde e le grida della vacca dissanguata, no.
Era di malaugurio. Aveva seppellito madre e figlio snaturato dietro il fienile, sullo sfondo dei covoni di fieno.
Le giornate s'accorciavano e il rosso tingeva le cupole spinose ammonticchiate sulla terra nera.
Le cornacchie scavavano i nidi alla ricerca di vermi e grilli. L'indomani avrebbe iniziato a imballarli per l'inverno.
Spossato salì nella stanza da letto, l'unica luce accesa sul comò per svestirsi.
Ma qualcosa brillava dalla finestra. Era dietro la stalla. Pareva un fuoco. Un incendio? Grazie al cielo, no. Erano i covoni.
Qualche scherzo dei soliti del paese forse, ma era meglio controllare.
Scese di corsa, allacciando pantaloni e giacca, l'aria pungeva di notte.
La terra era arata e non poteva correre ma la vide subito: una piramide puntata verso il cielo.
Eppure non ardeva assolutamente, la luce era dentro, attraversava le fibre come un fluido incandescente, impalpabile. Scappò via accecato dalla paura.
Il mattino si alzò prima del solito. Voleva arrivare per primo.
Nessun corvo e gazza sfiorava quel covone, volavano larghi, ma qualcosa vi aveva trovato rifugio nella notte. C'era un passaggio. Sbirciò. Grosse uova.
Scoppiò a ridere, mai vista una cosa del genere. Quel bifolco del vicino gli aveva giocato un bel tiro, adesso se la starà ridendo coi soci al bar.
Forse erano di struzzo, le galline non le facevano certo di quelle dimensioni. Infilò la mano per raccoglierle. Scottavano dopo una notte all'aperto.
Decise di farne una bella frittata, sua moglie era incinta e aveva bisogno di energie.

FINE.




martedì 6 ottobre 2009

C'era una volta in un paese lontano un bambino...

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Dal titolo sembra una fiaba dei Fratelli Grimm, e i personaggi e le atmosfere di Albert e l'Uomo nero hanno un po' il sapore di quel mondo di fantasia, quella di cui si nutrono i bambini dell'età di Albert, dieci anni, cresciuto nella bambagia ma arida di affetti, che si trova a confronto con una terribile verità di un altro mondo, quello degli adulti, spesso più distante e incomunicabile di quello dei suoi amici extraterrestri, veri o presunti.
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Albert (Claudio Cinquepalmi) vive con il padre l'ingegner Marco Vandelli (Nando Gazzolo) e la zia Teresa (Maria Grazia Grassini) in una villa del ravennate.
Una mattina scopre nel parco un corpo riverso in un canale: è quello della seconda moglie del padre. Infatti i sospetti convergono subito sul coniuge, fomentati da Caterina (Ivana Monti) sorella della defunta che porta come prove la disastrosa situazione patrimoniale dell'azienda dell'uomo nonché la presunta tresca con la di lui segretaria Hilde Hubner (Susanna Martinkova - bionda e tedesca!), il quale ha come unica spalla su cui fare affidamento l'amico di sempre e socio in affari Giorgio Marni (Franco Graziosi). Nessuno invece sembra prestare attenzione al piccolo Albert terrorizzato dalle incursioni notturne dell' "uomo nero", tranne il giovane commissario Gandini (Carlo Simoni) che inizia proprio dalle assenze notturne inspiegabili della bella cameriera Agata (Cristina Gajoni) a far luce sui misteri di casa Vandelli.
(Non mi dilungo oltre con la trama, non mi piace, ci sono altri siti che lo fanno per filo e per segno svelando colpi di scena e soluzione, cosa che ritengo poco intelligente - non si dice mai il finale! - nonché un vero delitto per un giallo...)

Questo sceneggiato che spaventò i bambini di allora, è un originale televisivo, cioé un soggetto scritto di pugno per la televisone, di Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, in tre puntate dirette da Dino B. Partesano e trasmesse dalla Rai nel 1976.

A contribuire alla suspense delle visite dell'uomo nero http://www.youtube.com/watch?v=13fa7j13124&feature=related che si aggira nel parco e introduce nella villa destando dal sonno il piccolo Albert, contribuiscono non solo le soggettive in sintonia con il giallo italiano Settanta allora in voga ma anche il tema musicale http://www.youtube.com/watch?v=95Llee8ocT4 composto dal Maestro Franco Micalizzi (avete presente lo score di "Lo chiamavano Trinità" con la coppia Hill-Spencer? E' solo uno dei suoi tanti tra polizieschi, gialli e horror).
Non manca neanche l'inseguimento con le mitiche Alfa pantera e quella del fuggiasco (siamo anche nel periodo d'oro del poliziottesco) tra i paesaggi lagunari sempre ben fotografati nel bianco e nero.

La chiave di lettura della vicenda è l'infanzia arida del protagonista, costretto a vivere in una grande casa-museo privato dell'unico genitore sempre troppo occupato dai viaggi di lavoro, da una zia severa e apprensiva, si rifugia nell'immaginazione come unica via di scampo, convinto di poter comunicare - e magari essere finalmente ascoltato - da abitanti di un altro pianeta, e proprio "loro" incideranno la soluzione del caso sul registratore del piccolo Albert.

Cosa ve lo dico a fare che anche questo film è uscito un paio di mesi fa in edicola nella collana "Sceneggiati Rai Giallo&Mistero" della Fabbri? A buon intenditor... alla prossima!

giovedì 24 settembre 2009

Segni e disegni

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Il segno è quello che cerco di lasciare nella Vostra testa dopo aver letto in una manciata di minuti le mie brevi storie on-line, i disegni sono quelli dell'amico Fabiano che ospito con grande piacere.

Infatti nel precedente intervento accennavo a qualche novità per il futuro, la prima è senz'altro la collaborazione tra me e Fabiano Zaino, grafico e disegnatore di talento, che da questo momento in avanti illustrerà con una tavola originale le ore piccole... insomma avete capito bene, basta "furti" di immagini dalla rete!
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Collaborazione che nasce alcuni anni fa e che tra alti e bassi non si è mai interrotta, chi mi segue da un po' infatti ricorderà le belle copertine che hanno contribuito a far parlare di "Torinoir" (Edizioni Il Foglio) e quella shockante di "Mangiami!" (Magnetica Edizioni).
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Entrambe i libri, di cui ho parlato diffusamente nei mesi passati e trovate tutto - ma proprio tutto - quello che c'è da sapere consultando le "etichette" sulla destra, sono purtroppo fuori catalogo, tuttavia del primo, "Torinoir" sono disponibili ancora delle copie - nuove - presso di me, se interessati sapete come contattarmi :-)

Stavolta sono breve e Vi lascio subito alla storia inedita con tanto di fumetto, che sia un felice connubio de paura, buona lettura e... aspetto i Vostri commenti come sempre, anche sul disegno.


CROCCANTE ALLA CREMA

È l'ultimo per oggi.
L'ha scartato con meticolosa cura sulla sponda del laghetto dietro casa, gettandovi la carta argentata e appiccicosa con il faccione strafottente di Rosco il Rospo, la mascotte del suo snack preferito. Purtroppo non solo il suo.
È la merenda più gettonata tra i dodicenni compreso il suo vicino di casa e i suoi compari che non gli danno pace, ogni scusa è buona per sfotterlo.
Denni guarda la stagnola sospesa a pelo dell'acqua imbarcare e sprofondare nella fanghiglia immobile dello stagno, giù sul fondo insieme alle decine d'altre che lui e altri hanno buttato incuranti della microscopica vita che sospira laggiù.
La morde con rabbia ripensando all'ultima prepotenza, strappa pezzi di farcitura al cioccolato lasciando colare sul mento strie di caramello e nocciole sminuzzate, proprio come fa Rosco, antropomorfo e grottesco anfibio che stringe nelle mani palmate uno snack divorandolo in un sol boccone.
Non succederà più. Non dopo stanotte. Oggi la strada di casa era piena di curiosi e sirene.
Dalla sua cameretta col binocolo l'ha visto arrivare nella strada buia tra le pozze gialle dei lampioni allo iodio, un furgoncino dei gelati vecchio tipo, fermarsi davanti alle villette di fronte dove abitano gli sbruffoni. È sceso con gli stivali di gomma, ha girato dietro il portellone e spalancato le ante. Dentro vorticavano impazziti migliaia di girini ipersviluppati nelle vasche di vetro impilate l'una sull'altra. Ha preso qualcosa e l'ha lasciato davanti alla prima porta, poi ha fatto il giro delle altre.
Il giorno dopo c'era fango sui vialetti e pavimenti, i letti erano sfatti e bagnati, lerci di melma e alghe, ma degli occupanti nessuna traccia.
Denni è stanco, ma prima di tornare a casa deve fare una cosa: lasciare una scia di involucri di Rosco snack fino alla casa dell'insegnante di matematica.

FINE.

venerdì 11 settembre 2009

Il giudice e il suo boia

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(...e allora siete tornati dalle vacanze??)



Non fatevi ingannare dal titolo, non si tratta dell'ennesimo serial giudiziario americano con avvocati e procuratori alla Perry Mason, bensì di un meno noto sceneggiato televisivo italianissimo dei bei tempi che furono...

A Berna l'anziano commissario Barlach (Paolo Stoppa), gravemente malato di fegato si vede assegnare il caso dell'omicidio di un tenente di polizia trovato morto nella sua auto. Viste le condizioni precarie di salute, chiede di essere assistito dal giovane e intraprendente Tschanz (Ugo Pagliai). Le indagini lo portano a incontrare un certo Gastmann (Glauco Mauri) vecchia conoscenza di Barlach, amico/nemico dell'anziano commissario con il quale ha scommesso quarant'anni prima che un giorno avrebbe compiuto il delitto perfetto sotto i suoi occhi e lui non avrebbe potuto incolparlo perché senza le prove. Intanto Tschanz è convinto che Gastmann sia il colpevole della morte del tenente e cerca di incastrarlo nonostante la posizione sociale altolocata dell'uomo renda le cose complicate, ma prima dell'inaspettato epilogo Barlach ha già capito tutto: sta giocando al gatto col topo e l'invito all'abbuffata finale ne è la riprova.


L'adattamento del soggetto in due sole puntate è tratto dal primo romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrick Durrenmatt, "Il giudice e il suo boia" appunto, del 1952.



La storia funge da pretesto per indagare quella che spesso è la netta divaricazione fra verità e giustizia umana e giudiziaria nonché dell'impossibilità di quest'ultima di arrivare alla stessa con i mezzi istituzionali - se ne discuteva già cinquant'anni fa e nella perfettina Svizzera! - infatti l'autore si chiede se è giusto incolpare qualcuno per un crimine che non ha commesso quando in realtà ne ha certamente commesso un altro per il quale non si hanno le prove, è il caso di Gastmann che Barlach vorrebbe incastrare ma... "Non sono mai riuscito a dimostrare che hai commesso tu il primo crimine, allora ti dichiaro colpevole di quest'altro" lo minaccia di fronte al belvedere di Berna, "Sei pazzo" risponde sprezzante e sicuro di sé l'altro.

E sarà proprio l'assassino che nel finale capirà quanto il vecchio commissario malato l'ha usato a proprio piacimento per incastrare l'avversario di una vita, proprio come fa il gatto col topo, pronunciando l'emblematica frase: "Allora lei era il giudice ed io il suo boia".

La regia della versione italiana trasmessa dalla Rai nel 1972 è stata affidata al veterano e capace Daniele D'Anza (Il Segno del Comando, L'amaro caso della Baronessa di Carini, tanto per citarne due stra-famosi) mentre nei panni di Barlach c'è un carismatico Paolo Stoppa, calato perfettamente nell'anziano uomo che ha già subodorato la verità dal principio, affiancato da un sempre bravo e convincente "aiutante" Ugo Pagliai e dal diabolico Glauco Mauri, biondo e luciferino. Lo sceneggiato è girato per buona parte in interni ma non mancano scene d'effetto come il ritrovamento del cadavere e il conseguente bizzarro comportamento dell'agente svizzero oppure la macabra filastrocca cantata dalla strana coppia di becchini (?) durante il funerale della sfortunata vittima. E come ogni poliziesco che si rispetti non mancano nemmeno i colpi di pistola, dosati.

Tra i meno celebrati dall'amarcord del web, tanto che ho trovato quell'unica misera foto e neanche rappresentativa, di Stoppa, che vedete, merita una visione perché il meccanismo drammatico messo in atto nel romanzo di Durrenmatt è quanto mai attuale e copiato negli anni avvenire tante di quelle volte che non immaginate.

Alla prossima... visione!


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PS. Qualche giorno fa questo quadernone di fantasticherie ha spento la prima candelina di pixel, un traguardo che non immaginavo così felice un anno fa, è un bebé e deve crescere, fa tutto da solo, è testardo e ha le idee chiare: rinforzare la palestra di scrittura e spazio per il cinema di genere, giovane o del passato riscoperto, e qualche novità. Se la "libertà è partecipazione" allora grazie di cuore a Voi tutti che leggete e ancor più lasciate un commento, registratevi e fatelo, le vostre emozioni sono - siete - preziosi per me.

domenica 30 agosto 2009

Un deserto che conosco

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Le luci bianche della notte,
sembrano accese per me…
è tutta mia la città

Tutta mia la città,
è un deserto che conosco
tutta mia la città,
questa notte un uomo piangerà......


Così cantava l'Equipe84 l'estate di tanti anni fa in un successo senza tempo, e ancora attuale benché ne dicano i media, infatti se il fenomeno "fuori tutti" - no, non è lo slogan di un centro di elettrodomestici - che vedeva svuotarsi le grandi metropoli italiane sembra acqua, anzi calura, passata così non è per i centri più piccoli, i cosiddetti paesi, dove vivo anch'io.


Infatti le due settimane centrali sembrava di trovarsi in pieno giorno in un villaggio fantasma, uno di quelli che si vedono nei vecchi spaghetti-western, quelli più cupi e gotici dai titoli altisonanti e minacciosi con le tre "B" (b.b.b.: bare, becchini e bigliettoni), spazzati da sabbia e vento - o nebbia? - dove lo straniero di turno giunge solitario nell'unica via principale strisciando gli stivali nel fango con una bara marcia al seguito, come l'eroe Django, con la differenza che la caccia è per l'unico panettiere aperto o giornalaio di turno (a proposito, avete anche Voi quello preferito dove siete certi di trovare quella collana dvd particolare o la tale rivista di cinema?)


Ora che scrivo la carestia è passata, a settembre è di nuovo ora (il 2 ricorre un certo anniversario sapete....), tutto da capo, nuove promesse fatte e ricevute, da mantenere come nuovi - o vecchi e mai conclusi - sono i progetti avviati che solo in parte taglieranno il traguardo, si ricomincia e allora niente di meglio che farlo con un nuovo inedito racconto della serie "Le ore piccole", la stagione dell'incubo riparte!



SO CHI SEI (?)


È una fissa dalla quale non riesce a liberarsi.
A quarant'anni, un lavoro rispettabile, un attico di proprietà crede ancora alle streghe di sua nonna. Fu lei a incolparle del rapimento dalla culla del fratello.
Ha ancora davanti il suo monito di ferro: “Tua madre non mi crede. È stata colpa sua. Ricorda sempre di mettere una scopa dietro l'uscio, la striga è condannata a fermarsi e contare una ad una le setole e non ti farà del male.”

Così, che si trovi in città o dorma in albergo, non dimentica mai la scopa prima di coricarsi, o al suo posto un pennello qualsiasi come quello da barba.
Al mattino scrupoloso lo controlla sperando quasi di scorgere le tracce del passaggio, del famigerato marchio diabolico, l'assenza di setole strappate rabbiosamente o una posizione differente da come l'aveva lasciato. Mai nulla. Sul volto il sollievo e una mezza delusione.
Come in quello della nuova segretaria che lo fissa e sbatte gli occhi ridendo.
Non lo molla neanche nella pausa caffè. Lo invita e lui dapprincipio nicchia. Poi si tranquillizza. In fondo ha begli occhi e un culo migliore. Vale la pena.
Escono insieme, al self-service al lavoro e nel fine settimana.
Lei è giovane, bruna, maliarda e dalle lunghe unghie. Riservata sa sempre cosa dire. È tanto che non conosce una così. L'invita a casa sua.
Cenetta casalinga: spaghetti alle vongole, macedonia e dessert. Parlano molto prima e dopo.
Lei ancheggia nella gonna aderente. I fianchi ammiccano floridi e carnali. È un richiamo. Chissà cosa indossa sotto.
“Vado a rinfrescar
mi”.
E non la vede più tornare. La porta è accostata. Non vuole, ma la spia.
Si rimira allo specchio, forse rifà il trucco. Impossibile, non com'è adesso.
Nel vetro argentato gli sorride un volto ferino, un ghigno degno di un mostruoso ritratto dell'Arcimboldo.
La scopa di saggina dietro la porta non serve più, la strega è già dentro.


FINE.

mercoledì 12 agosto 2009

Geminus

Altri tempi, ben altra televisione per un piccolo cult


( e non dite che non vi avevo avvisato! )

Qualche settimana fa si è conclusa su RaiTre - di notte, all'interno della trasmissione Fuoriorario - la replica dello sceneggiato originale in sei puntate, "Geminus" andato in onda per la prima volta sul "secondo canale rai" nell'agosto e settembre del 1969 per la regia di Luciano Emmer.


Il titolo dice tutto: Geminus, ovvero Giano il Dio bifronte - custode di ogni forma di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine - è protettore delle porte della città di Roma e sarà questa a essere minacciata durante l'evolversi della storia, al nostro insospettabile eroe il compito di salvarla insieme al prezioso busto marmoreo.

Il protagonista è il simpatico Walter Chiari nel ruolo di... se stesso, ovvero del brillante e pasticcione Alberto Piergiorgi che una sera mentre stira canticchiando nota due loschi individui trafugare qualcosa dall'arco di Giano, prospicente la sua finestra, e li fotografa. Il giorno dopo scopre che uno di loro, riconoscibilissimo per via di una cicatrice sul volto, è sulle prime pagine dei giornali perché rinvenuto morto. Da qui nascono una serie di avventure ed equivoci tallonato dalla fidanzata gelosa Caterina (la bella Alida Chelli, che canta la sigla di chiusura scritta dal grande Ennio Morricone), da una misteriosa Giapponese (Elisabeth Wu) che appare e scompare e non sa dire altro che "Come on, come on!", dalla statuaria Vikinga (Ira Fürstenberg) amica di uno strano miliardario e un commissario di polizia (Giampiero Albertini) che non sa più cosa pensare tra furti di statue, persone scomparse e qualche morto.
Gli altri interpreti sono: Ugo Fangareggi, Katia Christine, Giampiero Bonuglia.

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Caratteristica della serie è l'affascinante ambientazione nei sotterranei di Roma, pare in concomitanza con alcuni lavori nel sottosuolo del centro storico, dove il nostro eroe si aggira talvolta inseguito altre inseguitore, per riemergere nei posti più strani, dal Colosseo all'uscita in tenuta da sub nientemeno che nella vasca circondata di turisti della fontana di Trevi!
Una particolare nota di merito va alla suggestiva sigla - che Vi invito ad ascoltare e vedere qui:

http://www.youtube.com/watch?v=TKrnzotOq4c&hl=it

- come l'intera colonna sonora, del Maestro Bruno Nicolai, che inventa sonorità all'avanguardia per l'epoca, quasi progressive, che svilupperà in tanti gialli all'italiana dei Settanta.


E' incredibile come questo sceneggiato di tanti anni fa - quaranta! - conservi ancora mordente grazie agli attori brillanti e capaci, alla sceneggiatura dal buon ritmo (ricordiamoci che siamo nella tv pubblica del '69), alla storia di spie, statue misteriose, personaggi fantomatici, ironia e gelosia... il tutto getta il seme per quello che sarà due anni dopo il celebrato (e più serioso) "Il segno del comando", ma di questo ho già parlato.


Per chi non lo sapeva, non ha potuto o non è riuscito a vederlo su Raitre (e qui colgo l'occasione per ringraziare una speciale e fedele lettrice perché anch'io avevo perso l'ultima puntata che gentilmente mi ha recuperato;-) , una buona notizia: sarà incluso nella collana dvd in edicola della Fabbri "Sceneggiati Rai Giallo&Mistero

Alla prossima gente... e Buon Ferragosto va' !

mercoledì 29 luglio 2009

(Tra)ispirazione estiva

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L'estate secondo me...


Non ricordo chi ha detto che il mestiere dello scrittore è l'uno per cento ispirazione e il restante novantanove traspirazione, sudore... sarà forse dovuto al caldo di questi giorni? Per fortuna vivo quasi in campagna, è ventilato e si ossigena meglio anche il cervello!!

Scherzi a parte, non sono mai stato d'accordo con suddetta "massima", credo che concordano tanti fattori per decretarne la fortuna, uno tra questi è senz'altro la costanza, difficile da perseguire per chi della creatività e della fantasia fa una ragione di vita, è quella che metto anche a luglio quando si va in vacanza, chi può, e si "stacca" con tutto, continuando ad aggiornare il sito, a essere presente qui, a fare progetti, incontrare amici come il giovane regista Stefano Simone con il quale ho fatto una bella chiacchierata, vedere film a notte fonda, scrivere... come l'undicesima storia de "le ore piccole" per Voi, solo per te caro Lettore che sei il benvenuto e mio ospite, permettimi di prenderti per mano e guidarti attraverso la mia modesta dimora, attraverso le poche stanze, verso quell'ultima porta buia...


IL CAPPELLAIO

“Ogni testa ha il suo cappello, basta trovarlo!”
L'aveva apostrofata il decrepito proprietario del negozio di cappelli mentre Mary cercava tra le decine esposti il regalo per sua cugina.
Era entrata in quel bugigattolo stregata dalla vetrina: baschi, bombette nere e cilindri da cerimonia calzavano teste di polistirolo espanso disposte faccia a faccia, mute e inespressive, prive d'occhi, come in una piazza di De Chirico. Inquietanti nella loro sordità lunare.
Il giorno dopo era tornata per cambiarlo perché non la convinceva, ma era scomparso.
Il negozio con l'unica vetrina tra un ristorante cinese e l'agenzia immobiliare non c'era più, svanito.
Possibile avesse sbagliato strada? Le parallele del centro si somigliano tutte con i loro palazzi antichi e d'altronde c'era capitata per caso senza conoscere l'indirizzo, eppure...
Rifece il percorso a ritroso, ma niente. L'indomani chiese al cinese e all'agente incravattato: mai sentito, mai visto nessun cappellaio. Poi svoltò l'angolo.
Impossibile. La vetrina polverosa era tra una pizzeria al taglio e una ferramenta. L'altro ieri c'era la lavanderia a gettoni.

Entrò decisa. Lui, inconfondibile, stava dietro al banco, nascosto dalla tenda. Notò una pergamena incorniciata riportante una data: 1790.
“Non trova la sua misura signorina?” - la voce non veniva dall'uomo ma dalle teste colorate senza busto tutt'intorno, dallo scaffale colmo di cappelli su misura, cuciti sui crani vuoti. Corse fuori senza voltarsi, lasciando cadere la scatola.
Accantonò definitivamente l'ipotesi di tornare. Quella sera avrebbe chiesto consiglio all'amica durante un aperitivo in centro al “La Guillotine”.*
Gli amici erano già arrivati. Il guardaroba era pieno.
Percorse un tunnel buio fino al salone tra risa, tonfi e una marcia trionfale.
Oltre il sipario una figura gobba si indaffarava al bancone: “Ogni testa ha il suo cappello, basta non perderla!” - metri di stola e feltro scivolavano sugli scalpi degli sventurati decapitati.

FINE.

* in francese, “La Ghigliottina”.

lunedì 13 luglio 2009

Cappuccetto Rosso

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«Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n'è un tipo dall'apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose! »

(Le Petit Chaperon Rouge, Charles Perrault, 1697)


Come è noto a quanti mi conoscono e seguono questo sito, amo il cinema con una particolare inclinazione verso i generi, noir e horror in primis, e maggiormente se italiani della gloriosa stagione Settanta/ Ottanta, dunque con particolare piacere che ho accolto la gentile offerta del giovane regista indipendente Stefano Simone di inviarmi una copia del suo ultimo cortometraggio di cui è anche montatore e direttore della fotografia.

Foglio Cinema – dopo la collana cartacea di successo dedicata alle biografie di grandi artigiani del cinema nostrano e mondiale – è lieta di presentare “Cappuccetto Rosso” (2009) dall'omonimo racconto di Gordiano Lupi rivisitazione a sua volta in chiave horror – come se l'originale scritta da Charles Perrault e ripresa dai Fratelli Grimm non lo fosse abbastanza, con la nonna estratta viva e integra dal lupo sventrato! - della celeberrima favola che tutti conosciamo.
La funzionale sceneggiatura di Emanuele Mattana adatta con ritmo la novella lupesca dal fiero sapore retrò esplicitato subito dalla dedica nei titoli di testa ai Maestri ormai di lassù – Mario Bava, Joe D'Amato, Lucio Fulci – per confermarlo nella prima scena con il protagonista che all'uscita dalla scuola con un'amica cita un tris di titoli baviani.

Ma le analogie col passato fiabesco terminano qui.
Infatti è Pietro (Luca Peracino) il novello e ingenuo “Cappuccetto Rosso” di Perrault, a lui è affidato il cestino di viveri dalla mammina premurosa per portarlo alla nonna inferma a letto che vive guarda caso nel bosco (le splendide locations naturali di Perrero, comune in provincia di Torino, dove è stato girato), sulla strada incontra la nostra Cappuccetto Rosso (Soraia Di Fazio), quella di Lupi, sexy vamp in mantellina corta rossa e calze nere quanto pericolosa secondo le dicerie di paese - “Io credo solo in quello che vedo e tocco”, afferma Pietro, moderno San Tommaso – che maliarda gli propone una gara, se vince gli svelerà il suo nome.
Il resto lo sapete, o credete di saperlo, perché talvolta la vittima diventa carnefice una volta di più e il lupo è dentro di noi, non sempre metaforicamente, celato e nascosto dalla normalità ma pronto a risvegliarsi per dare la caccia alla prossima sprovveduta Cappuccetto Rosso.

Stefano Simone dà prova di buona maturità tecnica, di un preciso senso dell'inquadratura e capacità nel montaggio efficace e snello per tutti i trentuno minuti della durata, misurata la fotografia che passa dai chiaroscuri dorati del bosco ai notturni del borgo, sempre sostenuto dal tema principale delle inquietanti musiche di Luca Auriema che ricordano le migliori nenie da "Halloween" a "Profondo Rosso", senza dimenticare la partitura scritta per le misteriose sequenze dirette nel bosco.
Gli amanti dello splatter troveranno vero e proprio pane per i loro denti – nonché validi effetti speciali - nella scena del “pasto” che nei gesti richiama alla memoria il cult “Antropophagus” di Joe D'Amato, ma anche gli zombi romeriani, mentre l'espressione che si legge negli occhi del protagonista sorpreso dall'arrivo del cacciatore ricorda “Martin – Il Vampiro”.

Se proprio per onor di verità bisogna fare un appunto, è la recitazione dei due ruoli principali a essere poco incisiva, ma consideriamo l'interezza dell'opera, la giovane età degli interpreti e dei tecnici, l'intento dichiarato dal regista ventitreenne riguardo “Cappuccetto Rosso” ispirato “dal gotico degli anni '60 allo splatter degli anni '80, una sorta di rivisitazione personale del lavoro dei più grandi maestri del cinema italiano, condotta con pochissimi mezzi, ma tantissima creatività”, allora dobbiamo levarci il cappello di fronte a tanta buona volontà e passione, soprattutto quest'ultima che oltre al sottoscritto anima ed è il motore di team che realizzano lavori come questo che certo troverà sempre spazio e ascolto su questo sito oltre che attenzione e riconoscimenti nei numerosi Festival nostrani dedicati a quella fucina di idee che sono i corti.

“Cappuccetto Rosso” sarà inoltre allegato all'antologia “Racconti Sepolti” edita dalle Edizioni Il Foglio di Piombino, di cui vedete la copertina con al centro la locandina del cortometraggio di Stefano Simone.

martedì 7 luglio 2009

"Un uomo solo nella notte se ne va..." *

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(*) Così cantava il buon Walter Chiari in "Geminus"... ma ne parlerò meglio in futuro.


Ebbene il Vostro sito del cuore non vi abbandona neanche d'estate, non abbassa la saracinesca come le farmacie del centro che tanti solleoni fa vi lasciavano senza le supposte preferite o il negozio di ricambi di elettrodomestici quando il frigo divenuto ormai un bagno turco è abbandonato dall'ultimo pinguino in prendisole, l'Abitatore del Buio, me medesimo in carne, mille idee e tastiera, resiste e aggiorna sempre e comunque nonostante tutto!

Anche ad agosto, non ci credete? Vedrete... è una minaccia:-)
Siccome in ogni blog che si "rispetti" il titolare racconta una fetta, anche due, di fatti propri (cui nessuno interessa naturalmente), e io non lo faccio mai, faccio uno squarcio alla regola e vi narro del mio ultimo acquisto o quasi: un paio di scarpe.

Anch'io scrittore horror, aspirante famoso, ne ho bisogno, ma non sono di quelli che non dorme la notte se non calza l'ultimo modello con il baffo pubblicizzato alla televisione da duecento euro cucite magari dai bambini in Indonesia, mi interessa solo che siano di pelle, comode, possibilmente di buona fattura e... costino poco.

Impossibile coniugare l'ultima richiesta con le precedenti?

Niente affatto: due settimane fa, complice il bombardamento massiccio cui è sottoposta la cassetta della posta da parte di tutti i centri commerciali del circondario, mi sono (deciso e) recato in uno di questi il primo giorno dell'offerta pubblicizzata e ho portato a casa un paio di mocassini in pelle marrone, comodi, estivi, suola in gomma, alla cifra di diciasette euro. Un affare, non fosse che a casa togliendo le etichette e la carta d'imballaggio, all'interno trovo scritto: "Made in Pakistan". Niente erba di casa mia insomma, spero che siano stati rispettati i diritti di quei lavoratori invece del solito sfruttamento economico e umano della manodopera asiatica dannoso per loro e per noi.

Termina qui la parentesi dei consigli per gli acquisti, si torna al registro che conoscete, al brivido e alla paura che non conosce confini e non ha bisogno di scarpe per raggiungervi, ecco la nuova novella della serie "Le ore piccole", che giunge alla numero dieci, piccolo ma importante traguardo per il sottoscritto e quanti mi seguono, grazie e continuate a lasciare commenti, è importante per capire e conoscere il Vostro gradimento.


Naturalmente, come in tutte le mie storie, c'è una parte di realtà derivata dall'esperienza personale o indiretta del quotidiano mentre il resto è fantasia, le percentuali sono dell'uno e del novantanove, giudicate Voi come distribuirle... buona lettura.
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Ah, un'ultima considerazione prima di lasciarvi, l'immagine accanto è un'incisione che riproduce il rogo di una strega o di un vampiro, in quanto secondo la tradizione dei popoli slavi si crede che durante tale processo essa liberi dal suo corpo rettili come serpi e vermi, nonché corvi nei miasmi delle fiamme... se una sola di queste creature sopravvive, la strega non muore.



TINTURA DI IODIO

Cinque giorni fa non avrebbe mai immaginato che da quella macchia si sarebbe scatenata una reazione simile, per niente naturale. Adesso Chiara sostenuta dalla stampella guarda dalla finestra la casa in fondo alla strada fonte dei suoi guai.
La conoscono tutti in paese e per tutti è una strega.
Nel senso buono per lo più, perché cura i malanni e i dispiaceri di cuore con proverbi e soprattutto intrugli di sua invenzione che dice ricette della nonna di sua madre.
Anche la famiglia di Chiara si serve da lei con fiducia.
Capita una scottatura o una puntura d'insetto, et voilà, l'unguento miracoloso lenisce il male all'istante, così quando è comparsa la prima macchia sulla gamba sua madre è ricorsa alla fattucchiera del paese.
Sembrava tintura di iodio dal colore rossastro e ricoprì l'eczema fasciandolo come raccomandato.
Poi degenerò di colpo. Rapidamente dal giorno alla notte s'allargò a macchia d'olio. Dal polpaccio al tallone era tutta una striatura vermiglia e gonfia. Inguardabile. Dolorosa. Certo non bastava un'applicazione così rincarò la dose spennellando mezza coscia.
Il mattino dopo non riusciva ad alzarsi. La gamba era spaventosamente gonfia. Insensibile, la trascinava a peso morto. Poi davanti allo specchio urlò. Sola, disperata notò un puntino sotto l'orecchio destro e altri su braccia e sull'addome. Tutti identici al primo.
L'allergia degenerava fuori controllo. Sollevò la benda con cautela. La pelle ingiallita era percorsa da vermi purulenti sottocutanei nutriti dal muscolo. Non credeva ai suoi occhi. Le mancavano le forze.
Ora sta uscendo diretta dalla responsabile, la strega in fondo alla strada.
Ci sono cento metri da casa sua ma sono una marcia faticosamente incerta. La via è deserta. Sono le otto e tutti dormono. La villa liberty è chiusa, porte e finestre serrate. Sembra abbandonata di fretta, sui gradini sono caduti fogli e bottoni. Non vede neanche Tobia, di solito il primo ad accorgersi degli ospiti. È dietro il portico, disteso sul fianco, le zampe posteriori liquefatte.
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FINE.

giovedì 18 giugno 2009

Nel... Segno del comando (2^ puntata)

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"21 aprile, notte, ore undici. Esperienza indimenticabile. Luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini. Messaggero di pietra. Musica celestiale. Tenebrose presenze."

Così appunta il poeta maledetto Lord Byron (realmente esistito) nel suo diario romano, quelle pagine inedite che il professor Forster (Ugo Pagliai) sta per presentare in un'attesa conferenza a Roma, il 28 marzo, giorno del suo trentaseiesimo compleanno. Peccato che la valigetta che contiene i microfilm con le pagine del manoscritto gli venga rubata la prima notte del suo arrivo in città mentre accompagna nei vicoli del centro la sfuggente Lucia (Carla Gravina) fino alla "Taverna Dell'Angelo" in un'atmosfera del secolo scorso.

Scoprirà di non trovarsi a Roma per caso ma di essere stato chiamato e voluto da qualcuno per motivi sconosciuti, suggestionato dalla ricerca di una piazza che non esiste e da una sorta di maledizione che lo vede predestinato a morire proprio alla vigilia della conferenza, il 28 marzo, se non troverà... il segno del comando.
Questo non è altro che il canovaccio della prima puntata, c'è ancora tanta di q
uella carne al fuoco che non immaginate.

Curiosità: per gli insaziabili lettori esiste una versione cartacea dell'opera, il romanzo scritto da Giuseppe D'Agata, uno degli sceneggiatori dello sceneggiato, titolo naturalmente "Il segno del comando" edito dalla Newton Compton alcuni anni fa, tanto che il prezzo sulla copertina del tascabile super-economico è espresso ancora in lire, ma con un po' di fortuna si può reperire per aste on-line e bancarelle dell'usato, vere miniere da spulciare.

Per chi volesse vederlo dopo tante belle parole, non è impossibile: "Il segno del comando" è stato infatti editato diverse volte, in passato in vhs e ora in dvd, di recente è stata la prima uscita della collana da edicola "Sceneggiati Rai - Giallo&Mistero " edita dalla Fabbri, a prezzo popolare e maggior sicurezza rispetto all'acquisto soggetto a speculazione da privati collezionisti di questi memorabilia della televisione del passato difficili da reperire sul mercato ufficiale fino a poco tempo fa.

Per queste pubblicità non mi pagano ovviamente:-)
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A presto, bella gente - ma interessa a qualcuno questo post?! - con un nuovo aggiornamento dove festeggerò in gran spolvero la decima... indovinate, se siete lettori fedeli e fidati, è facile;-)
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un saluto dal Vostro,

mercoledì 10 giugno 2009

"Piazza romana con ruderi, chiesa rinascimentale e fontana con delfini"

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E' soltanto uno degli enigmi quello nascosto dietro questa frase riportata sul retro di una cartolina recapitata al professore inglese Edward Forster, mittente un sedicente pittore Tagliaferri, peccato sia morto cent'anni prima...



Se ne avete le tasche piene di distretti di polizia, carabinieri buonisti, avvocati in prima linea e medici in famiglia e santi in cascina, serie d'oltreoceano che non hanno un capo e una coda, repliche estive di patinate fiction sulla mafia e quant'altro, andate a rispolverare una grande produzione televisiva italiana, quando ancora si chiamavano "sceneggiati" in cinque parti con durate variabili al servizio della storia e non i canonici novanta minuti di adesso in due serate per fare cassa e quadrare un pietoso palinsesto di reti commerciali, mi riferisco a "Il segno del comando" trentotto anni signori miei, e non li dimostra affatto.


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L'abile regia di Daniele D'Anza, sceneggiato da Flaminio Bollini, Giuseppe D'Agata, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, firme che hanno fatto la storia di un'epoca televisiva pubblica di qualità, annovera nel cast attori di tutto rispetto e dal carisma unico: Ugo Pagliai (il professor Forster), Carla Gravina (l'affascinante Lucia), Massimo Girotti (Robert Powell, funzionario dell'ambasciata inglese a Roma), Carlo Hintermann (Lester Sullivan, detto "Barone Rosso", losco trafficante d'antichità), Rossella Falk (Olivia, amica di vecchia data di Forster, sposata con Sullivan), Franco Volpi (Raimondo Anchisi, nobile romano), Paola Tedesco (Barbara, segretaria di Powell) fino alle più sfuggevoli comparse e ruoli minori che non sfigurano mai.


All'epoca, il 1971, la Rai teneva incollati milioni di italiani - quindici a puntata - è vero che c'erano solo due canali (altroché il digitale terrestre, utopia!) ma è anche vero che c'era una qualità e un'innovazione oggi assenti, infatti al cinema era il periodo del giallo e del gotico italiano, della suspense con Maestri quali Mario Bava e un giovane Dario Argento alla sua opera prima ("L'uccello dalle piume di cristallo") e la televisione pubblica puntò su questi argomenti, l'intrigo, il soprannaturale, la magia e persino l'esoterismo e l'alchimia (presenti anche nel simbolismo dei titoli di coda) trattati con fascino senza eccedere e nei limiti della censura d'allora, ma mai banali o scontati.


Vi lascio con il video della sigla iniziale per darvi un'idea delle atmosfere:

http://www.youtube.com/watch?v=v71wK1DtrKM&hl=it

Ma soprattutto non perdete i titoli di coda con l'indimenticata "Cento campane" (uscita su 45 giri all'epoca), canzone di streghe e d'amore, in romanesco:

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http://www.youtube.com/watch?v=KQpnpet0V84&hl=it


Continua, se Vi piace (me lo posso permettere, d'altronde anche "Il segno del comando" era in cinque puntate!)